Le cose che amo di te sono… 404 page not found.

… a.k.a. ho rimesso piede sul suolo britannico da 9 giorni, 216 ore, 12960 minuti e 777600 secondi per rimanere barricata in casa, pigiama nonnesco, ciabatte eschimese ai piedi e lasciare casa solo per i seguenti motivi.

  • non morire di fame e conseguentemente ricordarmi quanto odio il Sainsbury
  • venire a lavoro o almeno fare finta di farlo; per dire, cose del tipo ciao eh, no no, non sono rimasta in Italia, ehm no non inizio esperimenti adesso sono nella cacca putrida a causa del motivo per cui sto rimanendo a casa (leggere poco sotto).
  • nothing else

La ragione che mi tiene imprigionata in meno di 40 mq e che mi fa mangiare orrendi sughi pronti con pasta a marca colla emh, Sainsbury si chiama

LITERATURE REVIEW

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Scusate, ma lei e’ adorabile. Sempre.

Per chi non fosse pratico delle rotturedicazzo delle deadline di un dottorato, un literature review e’ quel tema di appena 8000-10000 parole che sei costretto a fare per il solo fatto che nessuno si fida che tu ne sappia davvero qualcosa di cio’ su cui stai lavorando.

Vi leggo il riassunto delle mie note al riguardo il primo giorno di dottorato.

  • Literature Review: problema molto lontano del tempo a cui non mi dedichero’ ora.
  • Consigli: iniziare a cercare e leggere articoli interessanti utili allo svolgimento del lavoro almeno un mese e mezzo prima della scrittura, cosi da poter elaborare con criterio ogni informazione e trovare il modo migliore per scriverla.

Vi riassumo come ho affrontato la questione a partire dal 12 di gennaio.

  • Mocomecazzoleriempio30pagine?

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Bella Londra? boh al momento potrei essere anche a Carapelle Carvisio e sarebbe uguale (esiste, ecco la prova).

Ne usciro’ viva? la risposta al prossimo post.

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Humans of Rome

Da quando sono tornata a casa (anche se casa e’ un termine strano quando ne avete lasciata appena un’altra, non trovate?) credo di essere stata in centro una decina di volte.

Piu’ di prima in effetti, piu’ di quando ci vivevo.

C’e’ un senso di provvisorio in queste giornate, proprio come quando visiti una nuova citta’ e i sensi corrono a 3000. Non vuoi perderti nulla, vuoi osservare. Scoprire.

Ma la differenza qui e’ che sei proprio a casa tua. E quello che finisco a fare in questi casi e’ ricominciare a osservare la gente, e a fotografarla.

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1/52: Newness (qualcosa di nuovo, per davvero)

Se tocca davvero rimettersi in carreggiata, e’ il caso di iniziare ad occuparsi di qualcosa di pratico e parlarne su questo blog.
Anche se, in fondo in fondo, ora che ci penso, la domanda spontanea che sorge e’ una sorta di ma che ce ne frega a noi?, virabile facilmante nelle forme piu’ volgari-romanesche dello sticazzi e derivati.
Si, in effetti e’ quello che penserei anche io ad una prima lettura.
Ma dato che sono a Roma (per le vacanze), sono annoiata, ho voglia di ricominciare a dedicarmi a qualcosa che mi piace e, sfortuna per voi, quello che mi piace e’ la fotografia e la scrittura, tocchera’ sopportarmi ancora per qualche articolo (e se tutto va bene, per l’intera durata del 2015).

Oh, poi ovviamente se non ne avete voglia potete prendere e skippare, anche se, devo dire, il fatto stesso che stiate leggendo queste righe indica che non avete chiuso alla domanda suddetta, e questa e’ una buona cosa. No?

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Ho deciso di cominciare un 52 weeks, un progetto fotografico che mi ero impegnata a iniziare gia’ gli anni passati quando militavo su flickr, ma con scarso successo. Non sono una persona molto costante, non si era capito?
La mia speranza, spero non vana, e’ quella di utilizzare questo progetto per spronarmi a ricominciare a fotografare…e no, non mi riferisco alle 50 foto insulse che poi posto sui social come facebook e instagram, ma ricominciare seriamente a dedicarmi alla fotografia. E nel frattempo scrivere scrivere scrivere, senza ritengno, raccontare.

Perche’ a Londra ci metti un minuto e mezzo a dimenticarti che sei a Londra, e se c’e’ una cosa che detesto e’ proprio quella trappola in cui questa citta’ finisce per inghiottirti, certi giorni.

Ma torniamo al 52 project: vista la mia incredibile incoerenza e scarsa fantasia, ho deciso di cominciare seguendo il progetto a tema di Nadia, una blogger scoperta quasi per caso che ha inaugurato questo progetto sul suo blog The life in a year (cliccate qui per avere tutte le info sul progetto). Il progetto puo’ essere seguito anche su Instagram con l’hashtag #thelifeinayear.

Per cominciare, il tema di questa settimana era Newness, e io ho deciso di inaugurarlo proprio con un proposito arrivato sotto l’albero.

DSC_0393Si tratta di un rullino Kodak Tmax 100 bianco e nero per la mia sgangerata e ultra ventennale Nikon Ef300. Per intenderci, roba della comunione, fine anni 90. So gia’ che le prime foto saranno un disastro, come lo erano state quelle precedenti con lo stesso rullino, ma sono di coccio e qualcosa di buono ne verra’ fuori. Insomma, stiamo a vedere!

La sfida

Questo devo dire accade spesso. Quasi quasi mi ci sono abituata, va. Inizio le cose a bomba e poi piano piano me ne dimentico.

Sorte capitata a tutti i miei blog, a tutti i libri che ho iniziato a leggere, ai diari che ho cominciato a scrivere e alle foto che avrei voluto fare. Si chiama pigrizia, ho imparato a farci i conti nella mia mente.

Ma ora sono stanca. Se e’ vero che un nuovo anno deve portare nuovi propositi e nuova energia, il mio e’ questo: non abbandonare mai piu‘ nulla di cio’ che amo.

Non permettere ai doveri, alla routine e alla sopravvivenza che alberga questa vita di prendere il controllo di me stessa, di rendermi arida, di rendermi pigra, di dimenticare cio’ che amo fare.

Questa, se volete, e’ una sfida. Una sfida contro me stessa, oggi… per me come fine ultimo.

 

 

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Sono piuttosto convinta che ci siano poche cose più belle di una domenica a Londra, soprattutto se è fine settembre e il tempo ti sta graziando con 20 gradi e cielo sereno da quando sei arrivata.

Dato che ormai la ricerca di una casa è diventato il mio argomento principale di conversazione (seguito immediatamente da “oh mio dio, siamo sicuri non farò scoppiare il laboratorio dell’università?) e appunto perchè mi sento piuttosto noiosa e pesante, questa mattina ho deciso di darmi una sistemata (da cui il meraviglioso you look pretty! esclamato dalla mia compagna di stanza americana) e recarmi in uno dei luoghi che più preferisco, ovvero Southbank. Per la verità, l’idea iniziale era di recarmici verso mezzogiorno per mangiare al Real food market, un fantastico concentrato di street foods da tutto il mondo che si svolge ogni weekend al Southbank centre; tuttavia, e non chiedetemi come considerato che la domenica non riesco a prendere vita prima dell’ora di pranzo, sono arrivata alla stazione di Waterloo che erano appena le 10. Ne ho quindi approfittato fare una passeggiata lungo Tamigi e scattare qualche foto con il cellulare.

Inciso: non vedo l’ora di tornare in Italia a prendere la reflex!

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Questo mercato dei libri è stata definitivamente la scoperta della giornata.

 

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Così, dopo aver fatto questa breve passeggiata e essermi fatta venire una fame stile bisonte a forza di vedere gente intorno a me che mangiava (maledetti!), mi sono diretta al market di cui vi parlavo a inizio post. Per la precisione, se non ho capito male (e se qualcuno ne sa di più lo scriva tra i commenti), questo mercato del cibo fa parte di una manifestazione più grande, con più sedi in giro per Londra, il Real Food Festival. Benissimo, so come usare i miei prossimi weekend da cicciona 😀

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Ok, lo so è food pornography…ma non ho resistito! Samosa chat, non chiedetemi con cosa 😀

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Perchè mi piace questo mercato? oltre a quello più ovvio, facilmente deducibile da queste immagini, è per l’atmosfera che si respira. Non so spiegarvelo, forse è solo una mia sensazione da forestiera e la perderò con il tempo, ma amo il clima che si crea in queste giornate: bambini, adulti e anziani seduti intorno a tavoli di legno a mangiare un boccone e a chiaccherare, le facce più serene e il tempo che piano piano sembra rallentarsi e perdere la sua caratteristica velocità.  Tutto si distende in queste giornate qui, e non importa se sono le 9 di mattina o le quattro del pomeriggio, è sempre tempo di un cappucino con torta.

Beh, per la verità questo aspetto vale sempre qua a Londra 😀

Una notte al museo

L’altro giorno mentre ero sulla metro (pardon tube) in uno degli interminabili percorsi della piccadilly line (per intenderci, di quelli in cui hai tutto il tempo di analizzare a fondo tutta la tua vita e trovare soluzioni che poi dimenticherai una volta arrivato alla tua fermata) avevo deciso di dedicare il secondo post a uno degli aspetti che più mi colpisce di questa città, il quale credo si possa riassumere nella parola velocità.

E invece (rullo di tamburi virtuale) ho deciso di accantonare grandemente tutti i miei pensieri pseudo-filosofici da lost in the underground e rimandare a data da destinarsi quel post.

Perchè?

Perchè nel frattempo ho avuto l’occasione di partecipare a uno degli eventi più particolari e strambi a cui mi è capitato di assistere finora: parlo di Lates, un evening event per adulti che si svolge ogni ultimo mercoledì del mese dentro nientepopodimeno che… il Science Museum

E così l’altra mattina, mentre ero ancora alla disperata ricerca di una casa per vivere (capiamoci, sto ancora nella stessa situazione), Jenny mi manda un messaggio chiedendomi se sono interessata a questa serata. Diciamo che non mi sono sfuggita l’occasione, ed eccomi quindi a south kensighton in perfetto orario.
La prima cosa che osservo è… quanta gente! La fila all’ingresso era interminabile, percorreva tutta Exhibition Rd, girava l’angolo del Natural History Museum e continuava ancora oltre! Per un attimo ammetto di aver ripensato alle file della notte dei musei di Roma e che stavo per scappare a gambe levate; a quanto pare però ho fatto bene a dargli fiducia, perchè in meno di 10 minuti di orologio ero già dentro.

Faccio una piccola nota: nonostante questa sia la mia settima volta a Londra, questa è stata anche la mia prima volta dentro il Science museum. Potete quindi capire la meraviglia che ho provato una volta entrata: non mi era mai capitato di vedere un museo sotto quest’ottica, tantissima gente, luci, musica e un atmosfera che, davvero, è difficile da descrivere a parole.
Il museo era come la cornice di una grande e rumorosa festa che stava per cominciare davanti ai miei occhi.

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Trovata Jen e gli altri, cominciamo la nostra esplorazione del museo e degli stand allestiti specificatamente per l’evento, il cui tema principale era “magia ed illusionismo”. A questo riguardo una cosa che ho apprezzato moltissimo è che i piccoli eventi e workshop in giro per il museo (alcuni gratuiti, altri meno) non proponevano giochetti di magia idioti bensì dei veri e propri esperimenti scientifici, i cui risultati erano degli splendidi giochi di illusionismo e di magia.

In altri stand era invece possibile fare piccole cose manuali, come imparare a sviluppare una fotografia da un negativo (workshop che purtroppo non ho fatto, ancora me ne pento) o costruire dei magic boxes in cartone, dentro i quali un oggetto scompare alla visuale grazie all’utilizzo di uno specchio.
Mi sentivo tanto una bambina al parco giochi!

Dopo aver esplorato i cinque piani del museo, abbiamo deciso di avventurarci verso la silent disco del piano terra. Esattamente, proprio così, al piano terra del Science museum era allestita una silent disco, con cuffie, dj invisibile e tanta tanta gente. Devo dire che ancora mi fa strano, stranissmo l’idea di aver ballato “I don’t care, I love it” dentro il Science Museum! 😀

Il momento più bello, tuttavia, è stato verso la chiusura dell’evento, quando alla richiesta collettiva di una one more song, è partita la Bohemian Rapsody dei Queen. Quello che si è creato è stato qualcosa di incredibile: un coro di voci, inizialmente sottile e pian piano sempre più forte, ha preso possesso di tutto il museo, rimbombando in ogni angolo per i suoi cinque piani. La gente ci guardava e ci faceva video, e noi eravamo li che cantavamo a squarciagola, ormai senza cuffie, guardandoci l’un con l’altro e rendendoci conto di quanto liberatorio fosse quel cantare collettivo e quanto fenomenale fosse quello che stavamo creando.

Li, nel Science Museum di Londra, per quei 7 minuti.

Alla fine è partito un lungo applauso e quello che ricordo, e con cui voglio lasciarvi per chiudere questo post, è la frase di Paul, che ricordo appena: “non capita tutti i giorni di vedere tanta gente ballare e cantare sotto i modellini dell’Apollo in un museo!”

E già… l’ho fatto!

Questa è una di quelle cose che…
“Ma sei seria? daverodavero? no vabbe, mica ti sarai messa in testa di diventare una di quelle sgallettate fashion blogger, se va bene ti metti una scarpa col tacco una volta all’anno te, e manco figa, quella di quando avevi 18 anni quasi ammuffita.
…Ah, non è sulla moda. E su cosa allora?”

Per la verità non lo so neanche io. Per la verità in questo momento sto riempiendo spazi con parole in libertà (la mia mente è in “parla senza cervello” mode on) e so bene che da qualche parte voglio arrivare ma sinceramente non so come.
Ok organizziamoci.

No, aspetta, questa parola per me non va affatto bene: organizzata, io?
Oggi dovevo nell’ordine: 1) cercare casa 2) aprire un conto alla barclays 3) farmi la ID card per l’università (e smetterla di utilizzare la card visitors). Sono le 16, vincono le cose da fare 3 a zero.

Maledizione.

Ok, la questione è semplice: mi chiamo Giulia e sono una delle tante (troppe) italiane a Londra. Questa estate ho vinto un dottorato in scienze biologiche al Birkbeck college e, dopo diverse peripezie burocratiche e non, da due giorni sono qui.
Non avevo assolutissimamente in mente di aprire questo spazio, ce ne sono già mille in giro, ma devo ammettere che il quartetto al mio fianco sul tavolone di Costa caffè in Tottenham court road mi ha convinto ad intraprendere questa strada. Perchè?
Perchè cantano in coro “rock your body” dei backstreet boys alternando i diversi acuti l’un l’altro. Ma a convincermi è stata anche la coppia di workers spagnoleggiante alla mia sinistra e i tantissimi studenti, tutti con il loro plico di fogli dall’università (esattamente come il mio) con i loro mac ad ammazzarsi con form e quant’altro (appunto, come me); ognuno di loro mi spinge su questa strada, ovvero quella di raccontare le mie disavventure qui da sola nella (ancora non) gelida albione, potendo commentare quanto vedo, quanto mi fa strappare un sorriso e quanto mi colpisce in queste giornate londinesi.

E chissà, magari spero dare qualche consiglio a chi, come me, affronterà questo strano percorso nella sua vita.

Bye guys!